Ma quanto è bravo Obama (pure lui) nei controlli fiscali

Intollerabile, scandalosa, imperdonabile, oltraggiosa: l’Amministrazione Obama ha rovistato parecchio nel cassetto degli aggettivi per qualificare con la giusta enfasi la condotta dell’Irs, l’Agenzia delle entrate, che ha arbitrariamente torchiato alcuni gruppi conservatori con regime fiscale agevolato in quanto primariamente orientati al “social welfare”. Lo status non impedisce a questi enti di occuparsi di politica, di finanziare messaggi elettorali, di fare pressioni dall’esterno, a patto però che la politica non sia l’attività principale.
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New York. Intollerabile, scandalosa, imperdonabile, oltraggiosa: l’Amministrazione Obama ha rovistato parecchio nel cassetto degli aggettivi per qualificare con la giusta enfasi la condotta dell’Irs, l’Agenzia delle entrate, che ha arbitrariamente torchiato alcuni gruppi conservatori con regime fiscale agevolato in quanto primariamente orientati al “social welfare”. Lo status non impedisce a questi enti di occuparsi di politica, di finanziare messaggi elettorali, di fare pressioni dall’esterno, a patto però che la politica non sia l’attività principale. E’ una delle zone in penombra della struttura americana: tutti sanno che le associazioni di questo tipo nascono con scopo esclusivamente politico ed elettorale, che la forma e la sostanza sono concetti separabili e che la pianificazione fiscale è una virtù bipartisan, e nessuno ha sentito il bisogno di spezzare questo equilibrio dinamico. Almeno fino al giorno in cui si è scoperto che l’Irs faceva cose intollerabili, scandalose e via dicendo. Nel repertorio qualificativo la Casa Bianca non ha trovato però tracce di politica. Quello che è successo è brutto e irresponsabile, merita severe punizioni, ma non è la malizia politica che animava gli sbadati impiegati di Cincinnati che, sotto la supervisione di Washington, nel 2010 hanno stilato una lista di parole chiave tipo “Tea Party”o “Patriot”: se uno di questi compariva nel nome dell’associazione, si approfondiva il controllo. Nell’agosto dello stesso anno – siamo nel momento di massimo splendore del Tea Party e i repubblicani si preparano a vincere a valanga le elezioni di mid-term – il criterio delle parole chiave viene messo per iscritto e diventa parte del protocollo. Imperdonabile, orribile, inqualificabile, ma non politicamente motivato.
L’indagine del dipartimento del Tesoro sull’accaduto ripropone lo stesso senso di costernazione espresso da Barack Obama, dal procuratore generale, Eric Holder, e dal segretario del Tesoro, Jack Lew, condanna i “criteri inappropriati” usati dall’Irs, lamenta gli sprechi che questo sistema ha generato e ammette che diversi impiegati dell’ufficio in questione non sono fiscalisti di chiara fama, per dir così, quindi l’errore ci può stare. Soltanto che qui l’errore è sistematico, protocollare, ripete uno schema preciso, genera ispezioni arbitrarie e capricciose mosse da pretesti a sfondo politico. E’ l’uso politico non solo della giustizia – che per natura si muove in un’area di confine – ma anche di una struttura che dovrebbe prelevare e contestualmente difendere l’equo trattamento dei cittadini di fronte al tributo, sostanza dello stato centrale. Lo scandalo ha declassato l’Irs a clava per menare gli avversari politici ed è amaramente ironico il fatto che il dipartimento di Giustizia con tono piccato abbia annunciato un’inchiesta sul caso; lo stesso dipartimento è invischiato nello scandalo dei telefoni controllati dell’Associated Press alla ricerca di talpe infedeli che passavano informazioni riservate. Ricapitolando: giustizia usata a scopo politico, pressioni finanziarie, fumus persecutionis, procuratori maldestri che si autoproclamano giudici. Manca soltanto una parrucca rossiccia per completare l’analogia.
Usare i gabellieri di stato per fare politica non è una novità assoluta. Nel suo ultimo libro, “Rumsfeld’s Rules”, l’ex segretario della Difesa Donald Rumsfeld scrive: “Posso capire perché un businessman può essere riluttante a criticare il governo federale: nel farlo si espone alla rappresaglia dello stato, della Irs, della Sec o di qualunque agenzia che controlla le sue operazioni”. E’ l’anima liberista e imprenditoriale di Rumsfeld che ha concepito queste righe e non si spinge fino ad accusare le agenzie federali di essere operatori politici sotto copertura. Ma il libro è uscito martedì in America, e forse l’autore si sta mangiando le mani per non aver potuto aggiungere un caso che documenta l’involuzione del rapporto fra giustizia e politica. Domani il commissario dell’Irs, Steven Miller, sarà ascoltato da una commissione della Camera. La testimonianza servirà per capire se e in che misura il pregiudizio politico ha informato i protocolli dell’agenzia e per tracciare una linea fra negligenza e regia. E per iniziare a rispondere allo speaker della Camera, John Boehner: “Non mi chiedo chi verrà licenziato per questa faccenda, ma chi andrà in prigione”.